Giacomo Bucci

fotografo movimentista

Considero la vita come una visione meravigliosa che scorre apparendo e dissolvendosi inesorabilmente attimo dopo attimo. Ogni frammento di tempo, con limite tendente a zero, nasce e muore rincorrendo il suo successore ad una velocità fantastica.

Non cerco il racconto cinematografico. Mi interessa piuttosto strappare dall’oblio del tempo alcuni frammenti di vita per rappresentare non solo la loro immagine reale nello spazio ma anche la loro vera anima nel tempo.

I bravi fotografi riescono a cogliere l’anima del soggetto in un momento decisivo tendente al millesimo di secondo. Io no, ho bisogno di più tempo. Da me l’anima non si fa trovare così facilmente. Per scovarla, rincorrerla, afferrarla e catturarla sul piano focale ho bisogno almeno di un secondo o al massimo di un ottavo di secondo.

Non è sufficiente organizzare bene i tradizionali aspetti tecnici della fotografia. Solo muovendo la macchina fotografica in modo anomalo, imprevedibile, quasi a confondere quel frammento di vita che sfugge, riesco a “fotografare” la sua anima.

Devo ammettere che il risultato non è sempre positivo. Spesso la vera anima si sottrae all’inseguimento e mi trovo in mano una fotografia senza anima. Se la colgo, però, provo la stessa gioia che prova un bimbo quando riceve un dono, anzi, di più: sento che mi è stato dato il privilegio di sconfiggere la morte … di quel frammento di vita che si è già perso per sempre nel tempo.

A chi mi chiede cosa voglio esprimere con la fotografia rispondo che mi interessa scoprire la bellezza della vita attraverso la dematerializzazione dell’immagine reale visibile nello spazio e la sua ricomposizione con la realtà aumentata della sua vera essenza nel tempo. Perciò riprendo soggetti nel loro ambiente naturale, senza artifizi o trasformismi di scena e lascio che le mie fotografie si raccontino da sole, a me e a chi le vuole osservare.

GIACOMO BUCCI

La fotografia mossa

Le mie opere fotografiche pubblicate negli anni ’60 non raggiungevano l’espressività che volevo, cosi decisi di dedicarmi alla ricerca di un nuovo linguaggio fotografico che mettesse in evidenza non il dinamismo reale del soggetto ma l’intrinseca essenza della sua natura.

Per escludere dalla ricerca possibili interferenze dinamiche andavo cercando soggetti rigorosamente immobili e li riprendevo con strani movimenti della macchina fotografica sperando che succedesse qualcosa di magico.

Infine, dopo alcuni anni di tentativi e una quantità di rullini di diapositive Kodacrome II°, nel 1970 realizzai la mia prima fotografia mossa con l’anima: l’avevo trovata davanti al portale di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Nel 1973 furono pubblicate alcune mie fotografie sulle riviste di settore. Fu allora che mi illusi di aver inventato le regole del mosso creativo leggendo su PHOTO 13 di Giugno 1973“Al di là del puro caso. Una fotografia mossa non è sempre solo una fotografia mossa. Cioè può essere il risultato di un incidente, oppure il prodotto di un’intenzione. Giacomo Bucci, lungo questa ricerca, ha scoperto alcune leggi della programmazione del mosso.”

Venendo però a conoscenza per la prima volta nell’aprile del 1974 delle opere fotografiche di Anton Giulio Bragaglia mi accorsi di non essere stato il primo ad utilizzare il mosso creativo in fotografia e capii di aver trovato il maestro della fotografia movimentista: potevo solo sperare di diventarne erede.

Come un quadro

A vent’anni avevo un sogno: speravo di potermi dedicare tutta la vita alla fotografia e diventare un grande fotografo. Perciò andavo bussando alle porte delle agenzie pubblicitarie e delle riviste di costume a Milano e a Londra presentando il mio portfolio. Tutti erano incuriositi dal mio stile innovativo ma si dicevano dispiaciuti di non poter utilizzare commercialmente fotografie troppo mosse. Io li capivo.

Poi, quando negli anni settanta alcuni redattori di riviste fotografiche e gallerie decisero di pubblicare i miei lavori, toccavo il cielo con un dito e li ringraziavo tanto perché non si facevano pagare lo spazio che mi concedevano.

La sola committenza che ho ottenuto è stata quella della Decca Record nel 1974 per la copertina di un disco di musica classica. Mi fruttò 20 sterline ma ne spesi di più per recarmi fuori Londra a fotografare il celebre tenore Joseph Rouleau. Da allora imparai a non contare sulle committenze.

Per non tradire però il grande amore che avevo per la mia fotografia movimentista decisi di non dedicarmi ad altri tipi di fotografia, anche se più remunerativi, e diventai il committente di me stesso. Il mio lavoro di grafico avrebbe dovuto supportarmi economicamente per il tempo necessario a consolidare il sogno di fotografo.

Ero libero di fotografare quello che volevo, con un solo limite: le foto dovevano cogliere la vera anima del frammento di vita che riprendevo. Se venivano bene le stampavo e le proponevo come quadri al mio amico Edoardo Legrenzi che li vendeva ad amici e parenti. Quanti? Pochi. Ma non per colpa sua: erano troppo mossi.

Alla mia prima mostra personale tenuta nel 1974 alla The Photographer’s Gallery di Londra i miei quadri venivano venduti a 25 sterline ciascuno. Non chiedetemi quanti ne ho venduti.

Così, per mancanza di committenze e per non tradire la mia visione artistica della fotografia, nel 1975 abbandonai la professione di fotografo e il mio sogno, aderendo in piena coscienza al suggerimento che mi diede Ando Gilardi su PHOTO 13 di Aprile 1974“Meglio uscirne almeno sentimentalmente”.

Dal 2018 però, al risveglio da un lungo letargo durato 43 anni, la musa della fotografia movimentista mi ha richiamato e, incoraggiato da autorevoli esponenti dell’arte e della fotografia, sono ritornato a fotografare.

GIACOMO BUCCI • FOTOGRAFO

Dall’analogico al digitale

In Italia negli anni settanta del Novecento pochi sostenevano che, come la pittura, anche la fotografia doveva essere riconosciuta vera forma d’arte. Io ero tra questi e credevo ingenuamente di dare un contributo ad avvicinare la fotografia al mondo dell’arte proponendo le mie fotografie come quadri.

In più sceglievo di fotografare solo con pellicola diapositiva che, pur consentendo riproduzioni e stampe, conferiva all’opera fotografica la natura di esemplare unico e originale, proprio come avviene per la tela di un quadro.

Pensavo che avvicinare la fotografia all’iconografia pittorica avrebbe favorito il suo riconoscimento artistico. Niente di più sbagliato. La storia ha dimostrato che la fotografia è arte in sé e, per esserlo, non ha bisogno di confrontarsi con la pittura così come la pittura non lo fa con le altre arti.

Da quando la fotografia viene riconosciuta vera forma d’arte non sostengo più l’unicità delle mie fotografie e, ancor di più, non mi serve l’analogico. Trovo che il digitale sia il mezzo giusto per rappresentare i frammenti di vita che fluttuano nel tempo e nello spazio. Ad una condizione però: che il file digitale ottenuto in ripresa non venga poi manipolato.

Sento che l’anima che transita attraverso l’obiettivo non si farebbe trovare se sapesse che verrà alterata la traccia della sua essenza in fase di post-produzione. Perciò non posso utilizzare nemmeno una delle mirabolanti tecniche digitali per il suo “miglioramento”. Devo accettare che sia solo quello che vuole essere: non perfetta e bellissima ma vera e autentica. E’ una questione di onestà intellettuale.

Quindi, così come la rappresentazione dell’universo si descrive in una sequenza di numeri e di formule, altrettanto l’immagine raccolta dalla fotocamera digitale si esprime in un codice cifrato, univoco e finito.

Allora il vero originale è proprio quel codice cifrato capace di restituire, sempre perfettamente uguale a se stesso, il frammento di vita catturato sul piano focale e già perso per sempre nel tempo. Per riassaporare l’emozione che evoca la sua immagine basta un mezzo di riproduzione digitale e un click.