Opere fotografiche degli anni ’70

giacomo bucci                              

                              

                              

                              

                              

             

              

              

              

                              

                        

Considero la vita come una visione meravigliosa che scorre apparendo e dissolvendosi inesorabilmente attimo dopo attimo. Ogni frammento di tempo, con limite tendente a zero, nasce e muore rincorrendo il suo successore ad una velocità fantastica.

Non cerco il racconto cinematografico. Mi interessa piuttosto strappare dall’oblio del tempo alcuni frammenti di vita che rappresentino non solo la loro immagine reale nello spazio ma anche la loro vera anima nel tempo.

I bravi fotografi riescono a catturare il momento decisivo in un tempo tendente al millesimo di secondo. Io no, ho bisogno di più tempo. Da me l’anima non si fa trovare così facilmente. Per scovarla, rincorrerla, afferrarla e catturarla sul piano focale ho bisogno almeno di un secondo o al massimo di un ottavo di secondo.

Per trovare la vera anima che in quel momento passa attraverso l’obiettivo della macchina fotografica non è sufficiente organizzare bene i tradizionali aspetti tecnici della fotografia. Solo muovendo la macchina fotografica in modo anomalo, imprevedibile, quasi a confondere quel frammento di vita che sfugge, riesco a “fotografare” la sua vera anima.

Devo ammettere che il risultato non è sempre positivo. Spesso la vera anima si sottrae all’inseguimento e mi trovo in mano una fotografia senza anima. Quando la colgo, però, provo la stessa gioia che prova un bimbo quando riceve un dono. Anzi, di più. Mi sento che mi è stato dato il privilegio di sconfiggere la morte … di quel frammento di vita che si è già perso per sempre nel tempo.

A chi mi chiede cosa voglio raccontare con la fotografia rispondo che mi piace cogliere la verità di quello che vedo intorno a me con onestà e senza ideologie. Perciò riprendo soggetti nel loro ambiente naturale, senza artifizi o trasformismi di scena e lascio che le mie fotografie si raccontino da sole, a me e a chi le vuole osservare.

La fotografia mossa
Negli anni sessanta le mie fotografie pubblicate sulle riviste scolastiche non raggiungevano l’espressività che volevo e mi chiedevo se fosse stato mai possibile, muovendo la macchina fotografica, catturare l’anima di un soggetto, non solo il suo movimento. Per questo andavo cercando soggetti rigorosamente immobili per fotografarli con strani movimenti durante la ripresa, sperando che succedesse qualcosa di magico.

Dopo alcuni anni di ricerca e una quantità di rullini di diapositive Kodacrome II°, nel 1971 realizzai la mia prima fotografia mossa con un’anima: l’avevo trovata davanti al portale di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Nel 1973 furono pubblicate alcune mie fotografie mosse. Fu allora che mi convinsi di aver inventato le regole del mosso creativo leggendo su PHOTO 13 numero 6 Anno IV Giugno 1973: “Al di là del puro caso. Una fotografia mossa non è sempre solo una fotografia mossa. Cioè può essere il risultato di un incidente, oppure il prodotto di un’intenzione. Giacomo Bucci, lungo questa ricerca, ha scoperto alcune leggi della programmazione del mosso.”

Vedendo però nell’aprile del 1974 le opere fotografiche di Anton Giulio Bragaglia mi accorsi di non essere stato il primo ad utilizzare il mosso creativo in fotografia e capii di aver trovato il maestro della fotografia movimentista: potevo solo sperare di diventarne erede.

Come un quadro
A vent’anni avevo un sogno: speravo di potermi dedicare tutta la vita alla fotografia e diventare un grande fotografo. Perciò andavo bussando alle porte delle agenzie pubblicitarie e delle riviste di costume a Milano e a Londra presentando il mio portfolio. Tutti erano incuriositi dal mio stile innovativo ma si dicevano dispiaciuti di non poter utilizzare commercialmente fotografie troppo mosse. Io li capivo.

Poi, quando negli anni settanta alcuni redattori di riviste fotografiche e gallerie decisero di pubblicare i miei lavori, toccavo il cielo con un dito e li ringraziavo tanto perché non si facevano pagare lo spazio che mi concedevano.

La sola committenza che ho ottenuto è stata quella della Decca Record nel 1974 per la copertina di un disco di musica classica. Mi fruttò 20 sterline ma ne spesi di più per recarmi fuori Londra a fotografare il celebre tenore Joseph Rouleau. Da allora imparai a non contare sulle committenze.

Per non tradire però il grande amore che avevo per la mia fotografia mossa decisi di non dedicarmi ad altri tipi di fotografia, anche se più remunerativi, e diventai il committente di me stesso. Il mio lavoro di perito grafico avrebbe dovuto supportarmi economicamente per il tempo necessario a consolidare il sogno di fotografo.

Ero libero di fotografare quello che volevo, con un solo limite: le foto dovevano cogliere la vera anima del frammento di vita che riprendevo. Se venivano bene le stampavo e le proponevo come quadri al mio amico Edoardo Legrenzi che li vendeva ad amici e parenti. Quanti? Pochi. Ma non per colpa sua: erano troppo mossi.

Alla mia mostra personale tenuta nel 1974 presso The Photographer’s Gallery a Londra in Great Newport Street 8 i miei quadri venivano venduti a 25 sterline ciascuno. Non chiedetemi quanti ne ho venduti.

Così, per mancanza di committenze e per non tradire la mia visione artistica della fotografia, nel 1975 abbandonai la professione di fotografo e il mio sogno, aderendo in piena coscienza al suggerimento che mi diede Ando Gilardi al termine del suo articolo su PHOTO 13 numero 4 Anno V Aprile 1974: “Meglio uscirne almeno sentimentalmente”.

Nel 2018 però, al risveglio da un lungo letargo fotografico durato 43 anni, la musa della fotografia mi ha richiamato e, sostenuto da autorevoli esponenti del mondo della fotografia, sono ritornato a fotografare.

Dall’analogico al digitale
Negli anni settanta del Novecento sostenevo che, come la pittura, anche la fotografia doveva essere riconosciuta come vera forma d’arte e proponevo le mie fotografie come quadri perché si prestavano ad interpretazioni fantastiche della realtà con risultati che si avvicinavano al pittorialismo.

In più sceglievo di fotografare solo con pellicola diapositiva che, pur consentendo riproduzioni e stampe, conferiva all’opera fotografica la natura di esemplare unico e originale, proprio come avviene per la tela di un quadro.

Però, da quando la fotografia è stata riconosciuta vera forma d’arte non sento più l’esigenza di sostenere l’unicità delle mie fotografie e, ancor di più, non mi serve l’analogico. Trovo che il digitale sia il mezzo giusto per raccogliere l’impronta dei frammenti di vita che fluttuano nel tempo e nello spazio. Ad una condizione: che il file digitale di ripresa non venga alterato in fase di postproduzione.

Sono convinto che l’anima del frammento di vita che in quel momento passa attraverso l’obiettivo non si farebbe trovare se sapesse che ho intenzione di manipolare la sua immagine. Perciò non posso utilizzare nemmeno una delle mirabolanti tecniche digitali per il suo “miglioramento”. Devo solo accettare che lei sia quello che vuole essere: non perfetta e meravigliosa ma vera e autentica. E’ una questione di onestà intellettuale.

Quindi, così come la rappresentazione dell’universo si descrive in una sequenza di numeri e di formule, altrettanto l’immagine catturata sul piano focale si esprime in un codice cifrato, univoco e finito, registrato dalla fotocamera digitale.

Allora il vero originale è proprio quel codice cifrato capace di restituire, sempre perfettamente uguale a se stesso, il frammento di vita catturato sul piano focale e già perso per sempre nel tempo. Per riassaporare l’emozione che evoca la sua immagine basta un mezzo di riproduzione digitale e un clik.

Giacomo Bucci 2018 0105 – Evanescente palazzo della Rai in Corso Sempione a Milano – Creative Commons License