Una fotografia mossa è una fotografia sbagliata e non ha merito se è il risultato di un imprevisto. Se invece il soggetto viene mosso in modo da ottenere un prodotto artistico, allora il risultato è una fotografia movimentista e di merito ne ha perché è frutto di un’intenzione creativa.

Nella fotografia movimentista si intravedono gli aspetti della pittura impressionista, futurista e di avanguardia che hanno contribuito ad alimentare nel Novecento lo scontro, poi diventato dialogo, tra la fotografia e la pittura.

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Il pensiero di Giacomo Bucci

A chi mi chiede cosa voglio esprimere con la fotografia rispondo che mi interessa scoprire la bellezza della vita attraverso la dematerializzazione dell’immagine visibile nello spazio e la sua ricomposizione con la realtà aumentata della sua essenza nel tempo. Perciò riprendo soggetti nel loro ambiente naturale, senza artifizi o trasformismi di scena e lascio che le mie fotografie si raccontino da sole, a me e a chi le vuole osservare.

I bravi fotografi riescono a cogliere l’anima del soggetto in un momento decisivo tendente al millesimo di secondo. Io no, ho bisogno di più tempo. Da me l’anima non si fa trovare così facilmente. Per scovarla, rincorrerla, afferrarla e catturarla sul piano focale ho bisogno almeno di un secondo o al massimo di un ottavo di secondo.

Non è sufficiente organizzare bene i tradizionali aspetti tecnici della fotografia. Solo muovendo la macchina fotografica in modo anomalo, imprevedibile, quasi a confondere quel frammento di vita che sfugge, riesco a cogliere la sua anima.

Devo ammettere che il risultato non è sempre positivo. Spesso la vera anima si sottrae all’inseguimento e mi trovo in mano una fotografia senza anima. Se la trovo, però, provo la stessa gioia di un bimbo quando riceve un dono, anzi, di più: sento che mi è stato dato il privilegio di sconfiggere la morte .. di quel frammento di vita che si è già perso per sempre nel tempo.

Giacomo Bucci - Radiazioni fantastiche sulle umane genti - Milano 2018-0048b

Le mie fotografie pubblicate negli anni ’60 non raggiungevano l’espressività che volevo, cosi decisi di dedicarmi alla ricerca di un nuovo linguaggio fotografico che mettesse in evidenza non solo il dinamismo reale del soggetto ma soprattutto l’intrinseca essenza della sua natura.

Per escludere dalla ricerca possibili interferenze dinamiche andavo cercando soggetti rigorosamente immobili e li riprendevo con strani movimenti della macchina fotografica sperando che succedesse qualcosa di magico.

Infine, dopo alcuni anni di tentativi e una quantità di rullini di diapositive Kodacrome II°, nel 1970 realizzai la mia prima fotografia mossa con l’anima: l’avevo trovata davanti al portale di Santa Maria delle Grazie a Milano.

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Nel 1973 furono pubblicate alcune mie fotografie sulle riviste di settore. Fu allora che mi illusi di aver inventato le regole del mosso creativo leggendo su PHOTO 13 di Giugno 1973“Al di là del puro caso. Una fotografia mossa non è sempre solo una fotografia mossa. Cioè può essere il risultato di un incidente, oppure il prodotto di un’intenzione. Giacomo Bucci, lungo questa ricerca, ha scoperto alcune leggi della programmazione del mosso.”

Venendo però a conoscenza per la prima volta nell’aprile del 1974 delle opere fotografiche di Anton Giulio Bragaglia mi accorsi di non essere stato il primo ad utilizzare il mosso creativo in fotografia e capii di aver trovato il maestro della fotografia movimentista: potevo solo sperare di diventarne erede.

A vent’anni avevo un sogno: speravo di potermi dedicare tutta la vita alla fotografia e diventare un grande fotografo. Perciò andavo bussando alle porte delle agenzie pubblicitarie e delle riviste di costume a Milano e a Londra presentando il mio portfolio. Tutti erano incuriositi dal mio stile innovativo ma si dicevano dispiaciuti di non poter utilizzare commercialmente fotografie troppo mosse. Io li capivo.

Poi, quando negli anni settanta alcuni redattori di riviste fotografiche e gallerie decisero di pubblicare i miei lavori, toccavo il cielo con un dito e li ringraziavo perché non si facevano pagare lo spazio che mi concedevano.

La sola committenza che ho ottenuto è stata quella della Decca Record nel 1974 per la copertina di un disco di musica classica. Mi fruttò 20 sterline ma ne spesi di più per recarmi fuori Londra a fotografare il celebre tenore Joseph Rouleau. Da allora imparai a non contare sulle committenze.

Per non tradire però il grande amore che avevo per la mia fotografia movimentista decisi di non dedicarmi ad altri tipi di fotografia, anche se più remunerativi, e diventai il committente di me stesso. Il mio lavoro di grafico avrebbe dovuto supportarmi economicamente per il tempo necessario a realizzare il sogno di fotografo artistico.

Ero libero di fotografare quello che volevo, con un solo limite: le foto dovevano cogliere la vera anima del frammento di vita che riprendevo. Se venivano bene le stampavo e le proponevo come quadri al mio amico Edoardo Legrenzi che li vendeva ad amici e parenti. Quanti? Pochi. Ma non per colpa sua: erano troppo mossi.

Alla mia prima mostra personale tenuta nel 1974 alla The Photographer’s Gallery di Londra i miei quadri venivano venduti a 25 sterline ciascuno. Non chiedetemi quanti ne ho venduti.

Così, per mancanza di committenze e per non tradire la mia visione artistica della fotografia, nel 1975 abbandonai la professione di fotografo e il mio sogno, aderendo in piena coscienza al suggerimento che mi diede Ando Gilardi su PHOTO 13 di Aprile 1974“Bisognerebbe Bucci fosse morto, allora sì: il valore può essergli dato ufficialmente senza pericoli. Mulas insegna. Ma noi auguriamo a Bucci l’insuccesso: che è come augurargli lunga vita. E gli ripetiamo qui, quanto gli abbiamo detto a voce: l’immagine è una cosa bella e seria, ma il suo mondo, cioè l’ambiente della sua produzione e dei suoi consumi no: è brutto, meschino, amministrato da gaglioffi. Meglio uscirne almeno sentimentalmente”.

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Dal 2018, al risveglio da un lungo letargo durato 43 anni, la musa della fotografia movimentista mi ha richiamato e, incoraggiato da autorevoli esponenti dell’arte e della fotografia, sono ritornato a fotografare.

In Italia negli anni settanta del Novecento pochi sostenevano che, come la pittura, anche la fotografia doveva essere riconosciuta vera forma d’arte. Io ero tra questi e credevo ingenuamente di dare un contributo ad avvicinare la fotografia al mondo dell’arte proponendo le mie fotografie come quadri.

In più sceglievo di fotografare solo con pellicola diapositiva che, pur consentendo riproduzioni e stampe, conferiva all’opera fotografica la natura di esemplare unico e originale, proprio come avviene per la tela di un quadro.

Pensavo che avvicinare la fotografia all’iconografia pittorica avrebbe favorito il suo riconoscimento artistico. Niente di più sbagliato. La storia ha dimostrato che la fotografia è arte in sé e, per esserlo, non ha bisogno di confrontarsi con la pittura così come la pittura non lo fa con le altre arti.

Da quando la fotografia viene riconosciuta vera forma d’arte non sostengo più l’unicità delle mie fotografie e, ancor di più, non mi serve l’analogico. Trovo che il digitale sia il mezzo giusto per rappresentare l’anima dei frammenti di vita che fluttuano nel tempo e nello spazio. Ad una condizione però: che il file digitale ottenuto in ripresa non venga poi manipolato in fase di post-produzione.

Sento che l’anima che attraversa l’obiettivo si conceda sul piano focale solo a condizione che venga rispettata la sua verità. Perciò non posso utilizzare le mirabolanti tecniche grafiche digitali per migliorarla. Devo accettare che sia solo quello che vuole essere: non perfetta e bellissima ma vera e autentica. E’ una questione di onestà intellettuale.

Così come la rappresentazione dell’universo si descrive in una sequenza di numeri e di formule, altrettanto l’immagine raccolta dalla fotocamera digitale si esprime in un codice binario, univoco e finito.

Allora il vero originale è proprio quel codice binario capace di restituire, sempre perfettamente uguale a se stesso, il frammento di vita catturato sul piano focale e già perso per sempre nel tempo.

Per riassaporare l’emozione che evoca la sua immagine basta un mezzo di riproduzione digitale e un click.

Il mosso creativo o motion blur

Oggi la fotografia movimentista è associata al mosso creativo che Sergio Giusti, nel suo saggio “Il gesto e la traccia – Interazioni a posa lunga”, edito nel 2015 da Postmedia, ha definito nella sua complessità: “Luce scarsa, una stanza in penombra o una notte illuminata da lampioni. Una figura in posa, un obiettivo aperto per un tempo lungo. Oppure una figura in velocità, più veloce dell’otturatore, o una macchina fotografica malferma. Tutti conosciamo il risultato; in italiano lo chiamiamo mosso, per distinguerlo dalle sfocature ottiche. Gli inglesi dicono sempre blur, salvo a volte aggiungere motion, per operare la stessa distinzione.”

Il fotodinamismo futurista

La prima definizione di “movimentismo” in fotografia si trova nel saggio Fotodinamismo futurista del 1911 di Anton Giulio Bragaglia dove si chiarisce che: “ E’ necessario principalmente distinguere tra dinamismo e dinamismo. Vi è il dinamismo effettivo, realistico, degli oggetti in evoluzione di moto reale – che per maggior precisione, dovrebbe essere definito movimentismo – e v’è il dinamismo virtuale degli oggetti in statica del quale si interessa la Pittura Futurista. Il nostro è movimentismo …”

Inizialmente le fotografie di Anton Giulio Bragaglia e dei suoi fratelli Carlo Lodovico e Arturo non incontrarono il favore dei Futuristi che vollero sancire una netta distinzione tra la Pittura Futurista e la Fotodinamica, ma costituirono una pietra miliare per la storia della fotografia e non solo. Quelle immagini infatti prefiguravano già allora come si sarebbe potuta evolvere la fotografia nel mondo dell’arte.

Il termine “fotografia movimentista”, utilizzato per indicare una corrente della fotografia, è stato poi ripreso da Ando Gilardi nel suo articolo pubblicato sulla rivista PHOTO 13 Numero 4 Anno V Aprile 1974 Pagine 44–48 dal titolo “Giacomo Bucci fotoreporter movimentista” dove scrive: “Di Giacomo Bucci ci siamo già occupati su questa rivista tempo fa (Photo 13 N. 6/73) e in quella occasione, in un brevissimo pezzullo tecnico, si riassumevano le regole della “sua” grammatica. “Sua” in ordine di successione cioè in quanto erede (forse non unico ma probabilmente il più valido) del “fotodinamismo”, ovvero della “fotografia movimentista”…”

Nella seconda metà del Novecento la fotografia dimostrò di saper competere a pieno titolo con le altre forme d’arte. In particolare la fotografia movimentista, supportata dai nuovi mezzi tecnici, seppe realizzare immagini fantastiche, concretizzando così le ipotesi bragagliane.