Nel finir del cammin di nostra vita mi ritrovai in una foto oscura ché la diritta vista era smarrita.

Ahi quanto a dir com‘era è cosa dura esta foto astratta e aspra e forte che nel sembrar rinnega la natura!

Tant’è bella però che non è morte ma vita vera ciò che vi trovai insiem ad altre cose della sorte.

Giacomo Bucci mentre scatta la Foto oscura

Giacomo Bucci

Foto oscura
Sant’Angelo d’Ischia
2022

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Ho avuto la fortuna di parlare di fotografia con Giacomo Bucci in alcune occasioni, e mi ha subito conquistato il suo entusiasmo nell’esprimere la sua poetica e la sua passione, più che decennale, per quest’arte. Un interesse quello di Giacomo che nasce negli anni Settanta, che lo porta per un breve periodo a Londra, città profondamente amata, e che lo spinge ad impegnarsi in un lavoro di ricerca e studio che riguarda sia la conoscenza tecnica che quella storica dell’oggetto del suo innamoramento, la pratica fotografica.

Il suo approccio è quello sperimentale che lo porta negli anni Settanta ad intraprendere una rilettura in chiave fotodinamica dei vari generi fotografici. Di quegli anni rimangono le foto “movimentate” del matrimonio di Anna d’Inghilterra, che affiancano altri tentativi, tesi a rendere dinamica la vista di oggetti, paesaggi urbani, ritratti.

Esiste, sono convinta, un momento buono per fare le cose – riuscire a farsi capire è un altro discorso -, il segreto di un artista è capire quando è giunto quel momento, cogliere l’attimo che consente di vedere oltre e di proporre la propria interpretazione del mondo. E’ un salto di qualità che non tutti compiono, una condizione dell’esistenza che Kandinsky chiamava “necessità interiore”.

Ed eccoci entrati nel cuore del nostro ragionamento: che cosa fa di un autore un artista? quando si riesce a cogliere il passaggio fra quella che è la onesta produzione di un cultore della materia e il salto di qualità che consente di vedere un messaggio autentico, che non si limita all’imitazione, al citazionismo, alla bella e patinata realizzazione di un prodotto.

Io in Giacomo ho intravisto questo passaggio quando lui mi ha descritto il suo modo di intendere la pratica fotografica, soprattutto quel tentativo di catturare “l’anima” dell’oggetto attraverso uno strumento meccanico come l’apparecchio fotografico e il movimento volontario – intenzionale – dello stesso. Per Giacomo la fotografia è un modo di restituire l’autenticità della realtà come si palesa davanti ai suoi occhi: uno stato epifanico.

La sperimentazione in fotografia, così come in altri campi, non ha vita facile: la gente ama essere rassicurata, vedersi proporre la consuetudine, specchiarsi in immagini “carine” e tranquillizzanti. Scegliere altre strade richiede dedizione, caparbietà, tanta pazienza.

Da questo punto di vista l’ammirazione / identificazione di Bucci con Anton Giulio Bragaglia, l’inventore nel 1913 del Fotodinamismo in fotografia, e con le sue difficoltà a veder riconosciuta la fotografia come forma d’arte, è significativa.

Nel sito di Bucci, dove si possono vedere alcune delle sue realizzazioni, è descritta l’incresciosa polemica fra Anton Giulio, suo fratello Arturo, e gli “amici” futuristi che misero in guardia chiunque dal considerare il Fotodinamismo sperimentale dei Bragaglia affine al Dinamismo plastico inventato da Boccioni, Balla, Carrà, Severini, Russolo, e considerando la pubblicazione del 1913 di Bragaglia sul Fotodinamismo, un “libercolo semplicemente mostruoso” frutto della “grafomania di un fotografo positivista”.

I dissapori e il brutto clima che si venne a creare, portarono Bragaglia ad allontanarsi dalla fotografia in maniera definitiva, e a negarsi come firmatario del Manifesto del secondo Fotodinamismo, nel 1930, dove lo stesso Marinetti, lo cita come creatore di quel movimento e afferma, in maniera perentoria che la fotografia, ormai, si deve considerare “arte pura”.

Sarà poi il grande Ragghianti, negli anni Cinquanta, in occasione della Mostra dedicata a Cartier Bresson a Firenze, a dire la parola definitiva in merito, includendo la fotografia nella sfera della pratica artistica, parlando di “fotografia come arte”, quando si può ravvisare l’ “espressione di uno stile continuo e personale, che ne assicura la paternità estetica”. Ragghianti che, peraltro, riconosce a Bragaglia e al suo Fotodinamismo il merito di aver “inteso la piena dignità e la piena capacità estetica della fotografia”.

Vedendo le immagini di Giacomo Bucci si coglie la continuità della ricerca artistica che, partendo dalla suggestione bragagliana di suscitare “il ricordo della sensazione dinamica di un movimento”, approda alla fotografia con caratteristiche di “arte pura”. Ando Gilardi, fotografo, giornalista dell’Unità e curatore di riviste di fotografia negli anni del dopoguerra, chiama queste opere” movimentiste”, in un numero di Photo 13, la rivista da lui diretta negli anni Settanta, e Bucci che si riconosce in questa definizione continuerà, anche in seguito, ad usare questo termine riferendosi alle sue foto .

Fra le foto del Portfolio, che si possono vedere nel suo sito, alcune tendono a fissarsi nella memoria in maniera prepotente. Sono le foto dei suoi luoghi del cuore: Milano, soprattutto, e poi la sua Mantova, Londra. Si coglie in Bucci fotografo la capacità di cogliere il genius loci, come lo chiamava Norberg-Schulz, l’anima del luogo con i fantasmi che lo animano.

E’ importante in questo spazio visivo fluido dove si rischia di mancare il bersaglio – l’anima del soggetto -, enunciare delle regole, e queste devono essere espresse in modo chiaro e didascalico. E’ questo il fil rouge che lega Giacomo alle Avanguardie, quelle del primo Novecento, dove gli artisti si premuravano di fissare i principi ispiratori della loro poetica per non essere fraintesi e surclassati dagli odiati critici, che facevano di tutto per confondere le acque e interpretare malamente l’operato artistico.

Le regole riguardano le procedure che precedono la programmazione del mosso:
1. Tempi lunghi, da 1 secondo a 1/8.
2. La luce migliore, quella del crepuscolo.
3. Il movimento che può essere continuo o limitato. Con uno stop posto all’inizio o alla fine dello scatto. Importante: è la camera che si muove, è l’occhio del fotografo ad essere coinvolto nel tentativo di fissare l’attimo fuggente, a differenza di Bragaglia che catturava il movimento del soggetto tenendo la macchina fissa.
4. Gli obiettivi da usare: meglio il teleobiettivo che consente una programmazione più rigorosa rispetto al grandangolo e offre la possibilità di imprimere nella foto sbavature importanti, più significative e meno occasionali
5. Cercare, durante la progettazione della foto, le zone di luce dove si andranno a inscrivere le zone d’ombra
6. Il movimento che deve essere unico e netto, programmato. Soprattutto nessuno spazio a postproduzioni invasive che snaturerebbero completamente la progettazione rigorosa del gesto.

Enunciare le regole, fissare un comportamento corretto per avvicinarsi alla realtà attraverso lo strumento fotografico, questo aspetto, diventa con il passare degli anni, un aspetto prevalente, in Bucci, anche rispetto al movimentismo che risulta comunque sempre, la ragione d’essere della sua azione artistica.

E’ l’aspetto che rivela la componente processuale e concettuale sempre presente in tutte le foto dell’artista parmigiano e che diventa uno degli elementi essenziale nella “Foto oscura”, una foto scattata a Sant’Angelo di Ischia nel 2022, dove a fianco dell’opera, introdotta da uno scritto dantesco, compare il video che ci mostra l’autore alle prese con la sua macchina fotografica mentre riprende la rocca di Sant’Angelo, ruotando a 180° con un gesto netto l’apparecchio.

La foto oscura, affiancata dal video, ci mostra l’esecuzione dell’opera e apre, a mio giudizio, una nuova fase della produzione di Bucci, dove troviamo una sorta di vademecum visivo per chi vuole incamminarsi su questo sentiero della sperimentazione e continuare la strada tracciata da Giacomo.

La fotografia artistica di Bucci che, in fondo, si è sempre mossa fra la citazione bragagliana, – il movimentismo di cui parla Gilardi – e le affinità con l’arte processuale, tipica degli anni Sessanta e Settanta, qui sembra affrontare il percorso performativo per rendere visibile l’atto creativo e affiancare e fondere i due tempi dell’opera: quello narrativo e quello esegetico.

Il risultato di queste ultime foto prodotte, è un’immagine estremamente pulita, dove si vedono messe in pratica le regole che il fotografo ha scritto nel suo taccuino degli appunti. Il gesto netto della macchina porta il blocco scuro della collina a raddoppiare la sua mole visiva non per effetto del rispecchiamento ma inserendo il mosso nello specchio d’acqua che si appresta ad accoglierlo.

Non c’è traccia del movimento, la realtà si fa doppio e chiude un ciclo formando una sintesi perfetta fra quello che è e quello che potrebbe essere il suo lato oscuro, nascosto. Come dice McLuhan è il medium stesso il messaggio che ci viene lasciato, e Giacomo con queste ultime immagini, bellissima quella del Duomo di Milano, la mia preferita, ha davvero trovato, come Dante, l’obiettivo finale del suo viaggio nel mondo della fotografia che, come in tutti i viaggi che si rispettano, non è un luogo fisico ma è il viaggio stesso.

Torino, 15 maggio 2023