PHOTO 13 numero 4 Anno V Aprile 1974

In pieno trionfo postumo del futurismo ignorato l’unico fotoreporter che ha saputo realizzare le ipotesi di Bragaglia

Riproduzione integrale pagine 44-45-46-47-48, Courtesy of Fototeca Gilardi

Giacomo-bucci-photo13-1974-1

Di Giacomo Bucci ci siamo già occupati su questa rivista tempo fa (Photo 13 N. 6/73) e in quella occasione, in un brevissimo pezzullo tecnico, si riassumevano le regole della “sua” grammatica. “Sua” in ordine di successione cioè in quanto erede (forse non unico ma probabilmente il più valido) del “fotodinamismo”, ovvero della “fotografia movimentista” che celebra, per cosiddire, in questi giorni il suo sessantesimo compleanno.

E ci spieghiamo meglio: il nuovo portfolio di Bucci (e che segna un notevole progresso, mostrando più programmate strutture – un maggior “ordine” nell’apparente disordine epidermico che distingue la fotografia movimentista) dev’essere riferito al testo della relazione sui rapporti fra la fotografia e il futurismo che appare più avanti.

Giacomo-bucci-photo13-1974-2

Il commento è doppio: filologico e critico-morale. Bucci realizza le ipotesi di quell’Anton Giulio Bragaglia, il fotografo futurista, e rinnegato dai futuristi, che è stato uno dei pochissimi personaggi validi del movimento. Bragaglia, di notevole intelligenza intuitiva, aveva prefigurato nei suoi pochi ma interessanti scritti, quella che avrebbe dovuto essere la seconda “ondata” fotografica verso, e contro, la pittura. Nella prima “ondata” la fotografia aveva licenziato l’immagine manuale dalle “mansioni” copiatrici della realtà visibile, assumendosi completamente il compito di “fare da specchio” alla natura.

Al secondo assalto l’immagine meccanica avrebbe svolto anche gli incarichi “magici”, cioè di rappresentazione dell’astratto, dell’informale, delle “vibrazioni della vita viva” insomma del non-realistico ma della sua dematerializzazione: “ … I mezzi della scienza fotografica – scrisse Bragaglia – sono così rapidi, fecondi e possenti, da affermarsi molto più avveniristici e molto più concordi con le esigenze della vita evolventisi, che non tutti gli altri vecchi mezzi di rappresentazione”.

Oggi, Bucci aiutato dal mezzo e – naturalmente – da precisa coscienza e sensibilità di quel che esso può consentirgli e lui vuole ottenere, ha tradotto in realtà “diapositiva” le ipotesi – e i sogni – bragagliani.

Il secondo commento relativo ai suoi rapporti con il fotodinamismo è, come abbiamo detto critico e morale. Da circa un anno a questa parte in tutta Italia si parla – e si frenetica – di futurismo, di quello che è stato, di cosa ci fosse di valido, eccetera. Non c’è critico di giornale, illustrato o meno, che non abbia concionato su questo tema. La “nostalgia del futurismo” è lo spleen del giorno.

Giacomo-bucci-photo13-1974-3

In questo clima un giovane fotografo, Bucci, si presenta mostrando quello che è oggi, logicamente, il futurismo, cioè un risultato concreto dei suoi più validi postulati teorici. Offre altresì quelli che possiamo considerare i primi “fotoreportages movimentisti” organici (quello in queste pagine è sul matrimonio di Anna d’Inghilterra) e proprio quando il “fotoreportage istantaneista” è già in stato di avanzata putrefazione (Bragaglia, sessant’anni fa, ne aveva indicato con sufficiente chiarezza il limite) … e tutti quelli che gridano “viva Bragaglia!” e ne proclamano la “attualità”, non se ne rendono conto.

La ragione? Semplicissima: anzi sono due. La prima: per pura e semplice ignoranza, giornalisti e critici parlano di una cosa che non hanno capito nella sua validità e possibilità tecnica, espressiva. Tutti ripetono il verbo del “linguaggio futurista” come suoni, senza rendersi conto dei significati. La seconda: Bucci è vivo e da vivi (e da giovani) in Italia non si può avere successo: chi riconosce il merito rischia il posto. Di redattore, di grafico, di fotografo, semplicemente di “intellettuale” arrivato. Bisognerebbe Bucci fosse morto, allora sì: il valore può essergli dato ufficialmente senza pericoli. Mulas insegna. Ma noi auguriamo a Bucci l’insuccesso: che è come augurargli lunga vita. E gli ripetiamo qui, quanto gli abbiamo detto a voce: l’immagine è una cosa bella e seria, ma il suo mondo, cioè l’ambiente della sua produzione e dei suoi consumi no: è brutto, meschino, amministrato da gaglioffi. Meglio uscirne almeno sentimentalmente.
 

A cura di Ando Gilardi